Il magico potere del fallimento

By | 12 marzo 2018

Nel 1999 Rafael Nadal perse la semifinale del campionato del mondo per giocatori dai dodici ai quattordici anni contro Richard Gasquet (il piccolo mozart francese).

Nonostante lo spagnolo perse in quell'occasione la possibilità di diventare campione del mondo, da quella sconfitta imparò più perdendo di quanto avrebbe fatto vincendo.

Alcune vittorie si ottengono solo perdendo battaglie, solo il fallimento permette di conoscere la realtà e affrontare le difficoltà.

Gli americani elogiano il fail fast, learn fast (fallisci velocemente e impara velocemente): nella cultura americana il fallimento è visto come un’esperienza importante, come una prova di maturità. Avendo compiuto degli errori questi non saranno commessi una seconda volta, quindi prima si fallisce prima ci si mette in discussione.

Un proverbio giapponese recita “poco si impara dalla vittoria, molto invece con il fallimento”.

Il poeta Bachelard, partendo dal presupposto che solo riconoscendo il proprio errore iniziale si riesce a correggerlo, arrivò alla conclusione che “la verità non è altro che un errore rettificato”.

I risultati negativi, quindi, devono essere visti come tappe da seguire verso la comprensione.

Un errore normale diventa un fallimento doloroso quando lo si vive male, avendo la sensazione di essere dei falliti, la cultura dell’errore permette di non raggiungere questa situazione.

L’errore è la maniera umana di imparare. L’importante è imparare dall'errore onde evitare di commetterlo una seconda volta.

La crisi dovrebbe essere percepita come un’occasione per cogliere ciò che non è visibile.

Il termine crisi deriva dal greco krinein (separare); durante una crisi due elementi si separano e da uno dei due è possibile risorgere. I greci consideravano la krìnein un kairòs (rivelazione), quindi quell'occasione per comprendere ciò che fino a quel momento non è stato visibile.

Lo sbarco in Normandia del 1944 ha origine dal fallimento di Jubilee del 1942, dove 4.000 dei 6.000 alleati furono catturati o uccisi. Da quell'errore gli alleati capirono che lo sbarco in Francia necessitava prima di un attacco, un bombardamento aereo o marittimo, per essere anticipato da una manovra diversiva.

Non è facile però comprendere che inizio e fine possono coesistere.

Come disse De Gaulle: “La difficoltà attrae l’uomo di carattere, perché è affrontandola che egli si realizza”.

Egli affrontò una serie di fallimenti, fu catturato durante la prima guerra mondiale e non poté servire la patria. Per questo motivo scrisse un libro, che però non ebbe successo, e quando si autoproclamò capo della resistenza aveva con sé solo poche centinaia di soldati, e i suoi appelli lanciati da Londra nel 1940 furono un flop pazzesco. Il "resistere" a questi fallimenti tuttavia gli permise di diventare presidente nel 1944.

È dai propri fallimenti che si prende coscienza della propria forza vitale, questa diventa infatti inseparabile dalle avversità.

Il fallimento è il contrario di riuscita, ma la riuscita non può fare a meno del fallimento.

Fallire equivale spesso a tornare coi piedi per terra, tornare a vedersi per quello che si è in realtà. Ed questa visione di sé che va utilizzata per riuscire a raggiungere i propri obiettivi.

Il fallimento infatti offre una lezione di umiltà che permette di misurare i propri limiti, l’umiltà ci rende più saggi e ci accompagna sempre a una forma di apprendimento.

Steve Jobs, prima di essere costretto a dimettersi dalla Apple, divenne un uomo arrogante. Il successo gli fece perdere il controllo della realtà, non prestava più ascolto a nessuno e la sua eccessiva sicurezza di sé non gli permise di rendersi conto dei suoi errori. Non ascoltava nessuna obiezione e umiliava i suoi dipendenti, per questo motivo fu escluso dalle decisioni importanti e portato appunto alle dimissioni.

Successivamente definì quel momento come il migliore della sua carriera.

Il fallimento permette anche di arrendersi di fronte all'evidenza, di accettare la realtà.

È inutile infatti tentare di cambiare ciò che non dipende da noi, ma al contrario è più conveniente agire su ciò che è in nostro potere, ciò che è a noi indipendente non può essere cambiato. Il destino non è né giusto né ingiusto, è l’interpretazione umana a renderlo tale. Lamentarsi della realtà non serve a nulla, può solamente ostacolare le nostre azioni e reazioni.

Quando si cessa di sentirsi delle vittime è inutile considerarsi sfortunati, ma bisogna conviverci e partire da lì, ciò però non deve essere interpretato come rassegnazione, ma come un’affermazione di ciò che è. Davanti ad un fallimento non bisogna chiedersi se sia giusto o ingiusto, ma bisogna chiedersi come si può prendere spunto per costruire altro.

I saggi sanno saper perdere e ricominciare da zero.

Quando il fallimento si verifica non dipende più da noi, da noi dipende solo come viverlo, possiamo scegliere.

Il fallimento viene vissuto male perché viene percepito come una risposta a ciò che si è, ne va quindi modificato il punto di vista per guardarlo con un'altra prospettiva: aiuta a rialzarsi, risollevarsi e reinventarsi. 

Di per sé non permette di diventare più umili, saggi o più forti; ma semplicemente più disponibili ad altro.

Così come una nota musicale, che non può essere giusta o sbagliata se presa singolarmente, ma potrà essere stabilito solo dopo aver sentito la successiva, allo stesso modo ciò che facciamo oggi sarà giusto o sbagliato in base a come reagiremo domani.

Spesso i fallimenti ci permettono di mettere in luce aspirazioni di cui non eravamo coscienti.

Un atto mancato è al tempo stesso fallito e riuscito: fallito dal punto di vista dell’intenzione cosciente; riuscito dal punto di vista del desiderio inconscio. Freud dice che l’atto mancato è l’inconscio che riesce ad esprimersi. Questo ci aiuta a interrogarci sui veri desideri che stanno al di sotto dei nostri comportamenti. Spesso gli psicologi suggeriscono: «Non guardate più al vostro fallimento come a un incidente: consideratelo il segno di un’intenzione nascosta». Possiamo trovare difficoltà ad accettare ciò che si svela, ma è tipico dell’inconscio: non vogliamo saperlo. Il fallimento, quando è un atto mancato, ci chiede di aprire gli occhi. Se si ripete forse accade perché continuiamo a tenerli chiusi.

Come esistono dei fallimenti che sono al tempo stesso dei successi, esistono dei successi che si riveleranno poi dei fallimenti, questo accade quando non sono accompagnati dalla fedeltà verso sé stessi, e in futuro se ne pagherà il prezzo.

Fallire però non significa essere dei falliti, anche se il fallimento del progetto viene percepito come fallimento personale, la nostra vita invece era iniziata prima e continuerà dopo. L’identificazione nei propri fallimenti porta a svalutarsi fino a rassegnarsi alla vergogna e all'umiliazione.

Bisogna invece essere audaci, trasformando la paura in stimolo, avendo però il senso del rischio. La paura nasce da un’esigenza sociale: per funzionare la società esige una sottomissione alle norme. A causa della paura di fallire non si riesce a vivere. Il vero fallimento è non averne conosciuto nessuno.

Per diventare audaci serve esperienza, vanno sempre incrementate le proprie competenze e tenuta sotto controllo la propria zona di confort, in modo tale da poterne uscire.

Audaci non si nasce, si diventa. Imparare a osare significa affrontare la sfida quando è necessaria; si impara ad osare anche ammirando l’audacia degli altri. Quando non c’è nessuno da ammirare si mette a rischio la propria audacia e creatività.

Per liberarsi dalla paura bisogna agire e non essere perfezionisti senza nascondersi dietro all'idea di conoscere tutto, ma bisogna lanciarsi. I fallimenti che arrivano perché non si è osato sono i più difficili da assimilare, meglio tentare e fallire che non tentare affatto!

Il fallimento viene visto negativamente pure dal sistema scolastico, dove piuttosto che sviluppare i punti di forza si tende a rafforzare i punti di debolezza.

Per ottenere il massimo dai fallimenti è necessario saperlo fare anche con i successi. Per restare all'apice non va applicata due volta la stessa strategia, bisogna sapersi reinventare.

Come diceva Steve Jobs: “Siate affamati, siate folli”, non accontentarsi mai, non adagiarsi sugli allori, ma avere sempre quella fame che porta a migliorarsi, tenendo presente che i successi, al pari dei fallimenti, devono essere superati.

I successi che si apprezzano maggiormente sono quelli difficili, quelli conseguiti soffrendo; i successi facili non hanno spessore e ci si scivola sopra.

Agassi, nella prima fase della sua carriera, si trovò numero 1 al mondo per manifesta superiorità rispetto agli altri tennisti, e incontrò il bournout. Fu realmente felice dei suoi successi quando decise di giocare a tennis per finanziare una fondazione di bambini meno fortunati.

Esistono poi vari tipi di gioie derivanti dai fallimenti:

  • Gioia di vivere quando si supera un periodo difficile e si apprezzano le piccole cose;
  • Gioia nell’avversità quando si trova la forza di resistere;
  • Gioia di progredire, quella di sviluppare i propri talenti e competenze
  • Gioia mistica che permette di accettare tutto quello che esiste.

Gioia e fallimento non sono in contrasto ma sono legate, essendo entrambe delle esperienze della realtà.

In merito al fallimento possono essere identificate due declinazioni tra esse contrastanti:

  1. Esistenzialista, che vede il fallimento come opportunità per reagire
  2. Psicoanalitica, fallimento come atto mancato.

Di fronte a questa opposizione sono possibili 3 atteggiamenti:

  1. Scegliere da che parte stare;
  2. Distinguere due fasi della vita, dove in giovinezza approcciarsi alla fase esistenzialista, e quando si è più maturi a quella psicoanalitica;
  3. ​Superare l’opposizione provando a reinventarsi il più possibile senza andare contro al proprio desiderio. Diventare ciò che si è senza lasciarsi bloccare dai propri insuccessi e senza tradire i propri desideri. La propria capacità di reagire non è infinita, però se si resta fedeli a ciò che è importante per sè stessi rimane comunque ampia.

Considerando infine che i nostri fallimenti sono dei bottini, e talvolta anche dei tesori, la vita va vissuta per scoprirli e condividerli, per potersi rendere conto del effettivo loro valore.

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